Onofrio Pepe: ottant’anni di scultura e di mito. Oggi è il suo compleanno

L’artista di origini nocerine e fiorentino d’adozione compie ottant’anni. Lo omaggiamo con un viaggio tra le opere che hanno segnato il legame con la sua città natale
Onofrio Pepe

Onofrio Pepe è un nocerino d’eccellenza. È nato e si è formato a Nocera Inferiore. Dopo gli studi a Salerno, si è trasferito a Firenze, la città dove ha ritrovato tutte le corrispondenze di quei miti già consolidati nella sua arte.

Ritornano le imagines, imponendosi prepotenti nel dettato artistico, al cospetto dei maestri che avevano stigmatizzato il Pantheon visivo nell’immaginario d’Occidente.

Il Rinascimento fiorentino, con tutte le innovazioni d’arte e le varianti della mitologia classica, è stato uno dei campi fertili in cui la tecnica di Pepe si è alimentata, rendendo possibile quel mondo che permea gli aspetti più significativi della sua ricerca artistica.

La Fontana della Fertilità

A Nocera, la terra delle origini, ha dedicato La Fontana della Fertilità, un autentico tributo dopo anni di assenza e una vita trascorsa in terra fiorentina, dove continua il suo lavoro frenetico alla ricerca dell’opera perfetta.

La fontana è stata collocata illo tempore (nonostante non sia stato seguito il progetto originario dell’architetto Francesco Gurrieri) in un punto nodale lungo un’antica arteria viaria: la strada Nuceria–Stabiae. Quest’ultima, uscendo dalle mura ponentine della città romana, conduceva a Stabiae, attraversando necropoli e lambendo torrenti, ville rustiche e sepolcreti (ne costituisce un esempio l’area di piazza del Corso, poco distante, scoperta dall’archeologa Marisa de’ Spagnolis).

Un’ulteriore coincidenza archeologica è da ritrovare nella continuità e nella similitudine iconica delle quattro divinità della fontana, generate o piuttosto sorelle di Gea: le Korai dell’arcaismo ellenico, che ieratiche recavano in grembo le offerte agli dèi.

Stavolta, le spighe, l’uva e le bianche colombe nascono dal dorso e dai busti acefali di questa progenie delle Cariatidi d’Atene. Ancora qualche metro sul medesimo asse viario, un ulteriore monumento, un rilievo funerario d’epoca giulio-claudia, reca gli stessi frutti della terra e gli identici attributi. Si tratta della stele di un bimbo, Fructus, come recita l’epigrafe sull’architrave: ha in mano un grappolo d’uva e una melagrana, e due dolcissime colombe accovacciate sul timpano fanno da contralto e chiudono il monumentino.

Fontana della fertilità – don Natale Gentile

Fructus

Idealmente, Fructus potrebbe essere il figlio in pectore delle grandi madri bronzee che richiamano alla mente i dipinti scultorei di sironiana memoria o le risoluzioni plastiche di Marino Marini e di Arturo Martini, di quella stagione felice che fu il realismo magico italiano. Onofrio Pepe conosce bene quel tempo e quell’arte, come le successive e visionarie donne di Henry Moore. Dal seno delle tre donne sgorga copiosa l’acqua nella fontana, in un percorso ideale ormai confuso nel collasso urbanistico dell’Agro, così come nella marmorea fontana d’età imperiale a Sant’Egidio del Monte Albino, lungo la medesima strada verso il mare. Le fontane nel mondo antico erano vitali ed essenziali: in ogni caso, segno connotativo di legame indissolubile con Gea, la madre terra, che siede prostrata al suolo nell’attimo in cui, con rinnovata fanìa, genera melagrane dal capo.

Onofrio Pepe, in tale esempio di “allestimento urbano” e di Diffuso Museo Contemporaneo, a latere dello spazio prospettico ridisegnato di piazza Diaz, compie con le sue sculture un’operazione di recupero della memoria storica dei luoghi. Le sue quattro statue entrano prepotenti nella storia millenaria di una strada, un tempo di grandi traffici che legava i vici e gli insediamenti del territorio di quella città “dalle mura inespugnabili” (Valerio Massimo), verso lo sbocco marittimo sul Tirreno. A Pagani, lungo il corso Ettore Padovano (in realtà prosecuzione della medesima strada romana), si conserva un’altra figura mitologica della tradizione popolare, la cosiddetta Dea Lamia (in realtà si tratta di un acefalo togato romano).

Le imponenti statue de La Fontana della Fertilità appartengono alla grande stagione della scultura europea e rappresentano uno dei tanti traguardi che segnano la prolifica carriera artistica di Onofrio Pepe. Sarebbe tedioso elencarli tutti: ne sfuggirebbero troppi nel lungo cursus artistico!

Il muro del Mito

Ora che si accinge a varcare la soglia degli 80 anni, continua a plasmare argilla, cesellare bronzo e utilizzare una variegata tavolozza cromatica per le sue tele. Tra le innumerevoli mostre monotematiche, mi piace ricordare la veemenza dei corpi che emergono dalle 30 stele policrome in terracotta e legno che compongono Il Muro del Mito. Fanno parte de I Miti Ritrovati, la mostra celebrativa del 2024, in occasione dei 100 anni dell’Università di Firenze in Piazza San Marco. Tanti auguri, Onofrio!

Teobaldo Fortunato

«Sarai sempre l’artista». Gli auguri di don Natale Gentile

Non si può fermare il vento, né racchiudere in una mano il dinamismo di una persona. Mille forme e mille volti sfuggenti. Un poliedro non catalogabile, ma comunque affascinante. È come ritrovarsi in un Peter Pan, cresciuto nel corpo per l’età e il tempo, contingenze della vita, ma vagante e fluttuante nello spirito, attraverso tutte le sue straordinarie metamorfosi, in bronzo, terracotta o altro materiale: questo è Onofrio, il nostro amato amico-nemico artista nei suoi ottant’anni.

Eterno viandante di un cammino antico, gode ancora della compagnia dei suoi miti classici, librandosi sulle ali di un cigno divino insidiante Leda, o godendo delle ultime note della fistula di Dafni il pastore, o galoppante con Europa sul dorso di un toro innamorato. Prosegui così, sul sentiero di un autentico anticonformismo al cui termine, quasi Giano bifronte, ritroverai la tua stessa immagine. Il tempo non scalfisce l’arte e tu sarai sempre l’artista.

Auguri!

Don Natalino Gentile

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